la Intervista

Maurizio Bramezza

Un professionista con oltre 35 anni di esperienza nel marketing e comunicazione

Icon calendario 01/10/2025
Icon orologio 7 minuti
Un viaggiatore cinquantenne con tanta voglia di vivere, un “cercatore di Bellezza”, un Maestro di Yoga (Alliance Certified) attivo nel mondo del benessere emotivo.
Un uomo che comunica il valore del “vedere oltre” e della gentilezza, ha esperienza in comunicazione e storytelling con un taglio umano e ne scrive nel suo blog: www.quantabellezzainquestomondo.com

Un professionista con oltre 35 anni di esperienza nel marketing e comunicazione, digitale e crm; un manager che ha guidato gruppi di lavoro sia in agenzie di comunicazione che imprese a carattere imprenditoriale e multinazionale, un uomo che ha così tanta voglia di vivere da alzarsi ogni giorno felice di poter respirare e scoprire il mondo.

Maurizio ha avuto la fortuna di lavorare con brand del calibro di Paraflu, Selenia, Carglass, Eni, Suzuki, Lancaster, Maserati, Midas e Norauto, Antica Erboristeria, Dimmidisi, Nuncas, Robe di Kappa, Lancia ed Alfa Romeo, Bellavista, Louvre.
Immagine Maurizio Bramezza
  1. Lei ha vissuto il cambiamento radicale del mondo della comunicazione negli ultimi decenni, dalle grandi campagne di ADV “classiche”, alla frammentazione del mondo digitale, dalla comunicazione prodotto-centrica a quella Consumer e Human-centered. Il mondo è davvero cambiato così tanto? Ci sono dei punti fermi che erano già validi negli anni ‘80 e continuano a esserlo oggi?


    Il mondo è cambiato, certo, ma le persone sono rimaste le stesse. Gli strumenti si sono evoluti – dal cartaceo al digitale, dal fisico all’immateriale – ma il bisogno profondo di relazione, comprensione, autenticità è sempre lo stesso. Un esempio? Puoi comprare pneumatici online, ma alla fine hai bisogno di qualcuno che te li monti. Così è nella comunicazione: l’intermediazione umana resta centrale.

    Il filo conduttore è il brand, la sua promessa, la coerenza nel tempo. Che si esprima in uno spot televisivo degli anni '80 o in un post Instagram oggi, un brand vincente è quello che sa rimanere fedele a se stesso nel tempo, autentico, riconoscibile. Penso a Ferrero, Michelin, Eni e tanti altri: marchi che hanno saputo evolversi senza perdere la propria identità. È questo il loro vero valore capitale: non la tecnologia, ma l’essenza, la capacità di raccontare una storia coerente nel tempo.

    E poi c’è un altro punto che non cambia: la necessità di partire sempre da un’idea forte, da un concept. Che si tratti di un evento, di un prodotto o di una strategia, serve sempre una direzione chiara e un senso. Anche oggi, con tutti i mezzi digitali a disposizione, se non c’è una big idea non c’è una comunicazione efficace.


  2. Lei ha avuto anche esperienze importanti sia in azienda che in agenzia, quindi ha potuto osservare il cambiamento da entrambi i punti di vista. Una sua affermazione che mi ha colpito è quella di aver incontrato molti manager, ma pochissimi leader, cioè persone capaci di trasformare il potenziale dei propri collaboratori in identità aziendale vincente. Che differenze riscontra tra il modo di pensare la comunicazione nelle aziende e agenzie di ieri e oggi? E sono (e siamo) pronti per il futuro?


    In agenzia, bisogna portare valore ogni giorno, altrimenti non resti. Servono idee, visione, velocità. L’azienda, soprattutto quella molto strutturata, può invece diventare più conservativa, più lenta nel cambiare. Non per mancanza di capacità, ma per paura di sbagliare. E la paura di sbagliare spesso blocca l’innovazione.

    Il punto è proprio questo: senza rischio e senza coraggio non c’è crescita. Io, per esempio, metto ogni anno una parte del budget per fare test sui nostri utenti e clienti finali. Anche se vanno male, mi insegnano qualcosa. In azienda, invece, spesso si preferisce giustificare lo status quo, non mettersi in gioco, e si perde valore.

    E poi c’è la questione della leadership: il manager gestisce, il leader fa evolvere le persone. Un leader si mette a servizio, guida, insegna, anche quando dice di no. È questo il vero salto culturale che serve. Perché senza leadership non c’è cultura, e senza cultura non c’è visione.

    Serve anche più chiarezza: la comunicazione non è marketing, e il digitale non è solo Instagram. Il digitale è metrica, KPI, performance. È parlare con i gommisti di fatturato, non di “lead”. È semplificare l’alto per renderlo concreto. Se lo dimentichi, perdi occasioni – e valore.


  3. E il brand? Nella classificazione semiotica ormai classica di Ilaria Ventura Bordenca ci sono marche mito, marche referenziali, marche sostanziali e marche oblique. Tutte definizioni “speculative”, in cui si interpretano i valori di marca guardando ciò che produce e dice, come in uno specchio. Ma oggi la marca non ha una dimensione relazionale e dialettica più complessa che produce senso anche su piani molto distanti da quelli di sua stretta competenza, magari subendone anche  le conseguenze? (mi viene in mente come esempio eclatante la vicenda Tesla-Elon Mask-Trump)


    Oggi un brand è esposto a mille canali, a una molteplicità di narrazioni non sempre controllabili. Il rischio è quello che abbiamo visto con Tesla: quando i valori del brand vengono disattesi, si crea dissonanza. In un’epoca di memoria corta e comunicazione iper-frammentata, serve coerenza.

    Essere "fluidi" è un bene, ma la fluidità va gestita: un conto è l’adattamento intelligente, un altro è il brand washing. Oggi tutti dicono di occuparsi delle persone, del pianeta, ma pochi lo dimostrano con i fatti. Il brand deve essere consapevole della sua responsabilità sociale, anche nei messaggi che lancia, anche quando non sono comodi.

    Noi (di Euromaster, n.d.r.), ad esempio, abbiamo un approccio molto concreto: le tre P – People, Planet, Profit – devono avere lo stesso peso. E non è solo teoria: quando apriamo un centro, pensiamo anche ad esempio all’accessibilità per le persone con disabilità. Inclusione vera, non solo dichiarata.

    Essere un brand oggi significa sapere che ogni messaggio, anche il più piccolo, ha un impatto. E la reputazione si costruisce così: giorno dopo giorno, scelta dopo scelta.


  4. E pensando al rapporto con il consumatore, lei ha detto: “Un brand può investire, raccontare e creare ma arrivare al cuore delle persone è il suo primo obiettivo. Non è  solo un invito a privilegiare il lato meno razionale dell’uomo-consumatore-acquirente, ma a cercare un coinvolgimento umano più profondo, che veda nel brand un mondo di valori positivi nel quale riconoscersi, al limite anche indipendentemente dall’atto di acquisto. Andiamo verso un rovesciamento della percezione marca-consumatore e il futuro del Brand sarà sempre di più quello di avere un ruolo sociale e collettivo di cui i prodotti dovranno, a questo punto, essere l’incarnazione?


    Sì, oggi più che mai. Se vuoi essere un brand serio, devi progettare prodotti e servizi sostenibili, accessibili, inclusivi. Inclusione significa pensare a tutti: disabili, generazioni diverse, esigenze differenti. Non si tratta solo di dichiarazioni, ma di comportamenti concreti.

    Un brand deve dare l’esempio, come farebbe un leader. Noi, ad esempio, abbiamo creato “Next Generation”, un programma per i giovani della rete: quattro giorni di esperienze vere, niente inglese, niente slide. Li portiamo a teatro, nei musei, in aziende esemplari per far capire che cosa significa “vivere” un marchio e diffondere cultura.

    Un brand oggi non è solo un prodotto. È un modo di stare al mondo. Deve saper ispirare, costruire, creare spazi in cui le persone si riconoscano. Altrimenti, resta solo una promessa non mantenuta.


  5. Che l ‘AI sia una dimensione sempre più presente in ogni  aspetto della vita  e nel lavoro è ormai un fatto accertato. In questo momento di ebbrezza della scoperta, nel mondo delle agenzie  sembra un “tuttologo tecnologico” al quale viene chiesto di tutto, dalla creazione di testi e immagini, alla pianificazione delle campagne alle ricerche di mercato. Quali possibilità evolutive vede nel futuro a breve e medio periodo?


    L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma non può (ancora) provare emozioni. E finché sarà così, l’umanità farà la differenza. Non possiamo sapere cosa farà l’AI per noi. Ma sappiamo cosa dobbiamo fare noi: presidiare tutto ciò che è umano.

    Io credo nell’esperienza, nel contatto, nell’emozione. Ho scritto un blog, “Quanta bellezza in questo mondo”, nato da un viaggio in Sudafrica in cui mi sono commosso davanti ad un paesaggio naturale bellissimo. Un’AI potrà anche scrivere testi perfetti, creare immagini perfette, ma non potrà mai provare quell’emozione.

    Quando le persone leggono i miei testi e dicono “Mauri, sei proprio tu”, lì capisco che l’autenticità vince su tutto. L’AI ci aiuterà, certo. Ma senza anima non c’è comunicazione. E la comunicazione vera è sempre una questione di cuore.